La morte di Alex Marangon, avvenuta durante un rituale nell’ex abbazia di Vidor, solleva interrogativi inquietanti sulla sicurezza e sulla legalità di tali pratiche. Le recenti analisi tossicologiche disposte dalla Procura di Treviso rivelano un quadro allarmante: la maggior parte dei partecipanti al rito ha fatto uso di ayahuasca, una sostanza psicotropa proveniente dall’Amazzonia, severamente vietata in Italia.
Un cocktail letale di sostanze
Gli esami condotti sui capelli di 17 individui presenti all’evento hanno mostrato che ben 16 di loro erano positivi al DMT, il principio attivo dell’ayahuasca, e alle beta-carboline, composti che intensificano gli effetti allucinogeni di questa bevanda. Ma non è tutto. Sette partecipanti sono risultati positivi anche alla cocaina, un mix esplosivo che ha sicuramente contribuito alla tragedia.
Secondo le indagini, la combinazione di queste sostanze potrebbe aver innescato una grave crisi psicotica in Marangon, portandolo a un gesto tragico e fatale. In preda a uno stato alterato di coscienza, il giovane si sarebbe lanciato dalla terrazza dell’abbazia, precipitando da un’altezza di circa 15 metri direttamente nel fiume Piave. Le condizioni meteorologiche avverse, con piogge recenti, hanno poi trascinato il suo corpo, che è stato ritrovato solo il primo luglio a Ciano del Montello, a circa otto chilometri di distanza dal luogo della caduta.
Indagini in corso e responsabilità da accertare
Le autorità hanno avviato un’inchiesta che coinvolge cinque persone, tra cui l’organizzatore del rito. Le indagini si stanno concentrando sulla dinamica degli eventi e sulle responsabilità legali dei partecipanti e degli organizzatori. La presenza di sostanze psicotrope tra i partecipanti non fa altro che confermare l’ipotesi di un contesto ad alto rischio, dove pratiche rituali non autorizzate si mescolano a un uso sconsiderato di droghe potenti e illegali.
La questione è seria e non può essere sottovalutata. Vidor diventa un simbolo di una problematica ben più ampia: l’attrazione per rituali esotici e la ricerca di esperienze trascendenti, spesso senza tenere conto delle conseguenze devastanti che possono derivarne. L’ayahuasca, venduta come un “elisir” di illuminazione e auto-scoperta, si trasforma in un potenziale strumento di morte.
Una riflessione necessaria
Il caso di Alex Marangon non è un episodio isolato. La crescente popolarità di pratiche spirituali che coinvolgono sostanze psicotrope sta portando a un aumento dei rischi per la salute mentale e fisica dei partecipanti. Gli effetti delle droghe, in particolare quando assunte in contesti non controllati, possono rivelarsi fatali. La responsabilità di chi organizza questi eventi è sotto esame e la società deve interrogarsi su cosa significhi davvero cercare l’illuminazione attraverso metodi tanto pericolosi.
L’inchiesta in corso promette di gettare luce su una vicenda tragica e complessa. La speranza è che la morte di Marangon possa servire da monito, affinché simili eventi non si ripetano e si inizi a dare il giusto peso alla sicurezza e alla legalità in situazioni di questo genere.

