La bambina si avvicinò lentamente e posò la busta accartocciata sulla panchina, tra di loro. Da dentro tirò fuori una fetta di panettone, avvolta in un tovagliolo.
—Volete? L’ho ricevuta dalla signora dell’ultima casa… non sono riuscita a mangiarla da sola.
Isabella rimase senza parole. In mezzo al freddo, al dolore e al rifiuto, un bambino senza genitori le porgeva ciò che aveva di più prezioso: un pezzo di panettone delle feste.
Prese il pezzo con le mani tremanti e, mordendolo, le lacrime iniziarono di nuovo a scorrere. Il sapore semplice e dolce le ricordò sua madre, gli inverni in cui in casa si sentiva il profumo di vaniglia e arance, quando i cantori bussavano alle porte e nessuno era solo.
—Come ti chiami? —chiese Isabella tra i singhiozzi.
—Ana.
Questo nome semplice, romeno, risuonò nella fredda notte come una promessa.
—Ana… grazie.
La bambina alzò le spalle.
—A volte dobbiamo condividere ciò che abbiamo. Così ci ha detto mamma prima di andare in cielo. Che se condividi, non sei mai solo.
Quelle parole penetrarono profondamente nell’anima di Isabella. Si tolse il vestito sottile dalle spalle e, nonostante il freddo, avvolse la piccola con la parte superiore, come un gesto di protezione.
—E tu tremi… —disse Ana, sorpresa.
—Non importa, cara. Ho più forza di quanto pensi.
L’autobus notturno passò accanto a loro, ma nessuna si alzò. La fermata, sebbene fredda, era diventata un rifugio.
Ad un certo punto, Ana riaprì la busta e tirò fuori un foglio piegato. Era un disegno. Due case, una grande, colorata, con fiori alle finestre, e l’altra piccola, attaccata a essa.
—È il mio sogno —disse la bambina a bassa voce. —Avere una casa e non dover più andare via.
Isabella strinse il disegno al petto.
Nel suo cuore, una decisione affondò le radici. Non poteva cambiare il passato, ma poteva scegliere il futuro. Sapeva ballare, sapeva lavorare, sapeva combattere. E ora aveva anche un motivo in più: Ana.
Quando l’alba iniziò a illuminare, il freddo sembrava più gentile. In lontananza si sentivano i cantori in ritardo, e le campane della chiesa suonavano per la liturgia del mattino.
Isabella si alzò, strinse le braccia attorno ad Ana e le sussurrò:
—Non so come, ma prometto che troveremo una casa. Una per entrambe.
La bambina sorrise, con gli occhi che brillavano più di qualsiasi stella nel cielo invernale.
E in quel momento, due anime ferite, che avevano perso tutto, trovarono conforto l’una nell’altra. Perché, in Romania, anche nei inverni più difficili, la speranza nasce da un canto, da un pezzo di panettone condiviso e dalla forza di non arrendersi.