L’INTERVISTA – Un’analisi incisiva con Pierluigi Randi, esperto meteorologo e presidente dell’Ampro (Associazione meteorologi professionisti)
Il primo trimestre dell’anno si è chiuso, e i dati meteorologici per la Romagna parlano chiaro. Secondo Pierluigi Randi, tecnico meteorologo certificato, questo periodo è stato notevolmente più caldo rispetto alle medie storiche, con un’anomalia di +2,1°C rispetto al trentennio 1981-2010. Un dato che colloca questo trimestre al sesto posto tra i più caldi degli ultimi 100 anni. La tendenza è evidente: il riscaldamento globale sta accelerando, e i segnali sono inequivocabili.
Febbraio ha avuto un ruolo cruciale in questo aumento, con un’anomalia di +4,2°C, contribuendo a elevare la temperatura media trimestrale. Tuttavia, il trimestre più caldo rimane quello del 2024, con un’anomalia di +3,4°C. Gli otto trimestri più caldi appartengono tutti al periodo recente, un chiaro avviso sul cambiamento climatico in atto.
Marzo, un mese di transizione, ha registrato anomalie meno elevate. Con temperature superiori alla media climatica (1981-2010) di +1,3°C, il mese non rientra tra i più caldi della storia recente, ma ha mostrato sbalzi termici drammatici. Il 26 e il 27 marzo, l’arrivo di aria artica ha fatto precipitare le temperature da 21-22°C a soli 0,5-1,5°C in meno di 24 ore, portando anche la neve in pianura.
L’evento climatico del 26 marzo ha portato piogge intense e una nevicata tardiva. La piovosità mensile ha superato la media del 13,1% rispetto al periodo di riferimento, ma il 95% delle precipitazioni è caduto in sole 18 ore, evidenziando la crescente frequenza di eventi estremi.
Il picco di 71,4 millimetri a Faenza il 26 marzo mostra come il clima stia cambiando. Le precipitazioni abbondanti non hanno però alterato le condizioni del suolo, che rimane in linea con la normalità stagionale, complici le piogge scarse precedenti.
Il mese di marzo, tradizionalmente instabile, ha mostrato una nuova faccia della crisi climatica. Un mese che da sempre oscilla tra inverno e primavera, ora si presenta con una variabilità mai vista prima. Randi sottolinea che l’atmosfera, più calda, amplifica queste oscillazioni, creando un contesto favorevole a sbalzi termici estremi. Non si tratta di una nuova normalità, ma piuttosto di un’alterazione dei regimi atmosferici, in cui le fasi calde sono più intense e precoci, mentre le incursioni fredde diventano più brusche.
La neve a bassa quota, paradossale in un pianeta che si scalda, è un sintomo di un sistema atmosferico ricco di energia e contrasti. Negli ultimi vent’anni, le temperature medie sono aumentate, gli inverni si sono accorciati e i giorni di neve sono diminuiti. I “colpi di coda” dell’inverno, pur essendo meno frequenti, si presentano con una violenza che colpisce l’immaginario collettivo.
Oggi, un’irruzione fredda in un contesto mite produce effetti più intensi, amplificati dalla presenza di maggior vapore acqueo nell’atmosfera. Gli eventi nevosi, oggi, colpiscono di più, interrompendo scenari primaverili anticipati e creando un impatto emotivo forte. La percezione di ciò che è normale è cambiata radicalmente.
Con un finale di marzo turbolento, ci si chiede cosa aspettarsi per aprile. Randi avverte che anche questo mese avrà un equilibrio instabile. Dopo un marzo così movimentato, non si prevede un cambiamento netto, ma ci si aspetta un periodo pasquale prevalentemente soleggiato, con temperature sopra la media. Tuttavia, dal 9 aprile, potrebbero tornare le instabilità, riportando piogge e un calo termico.
La primavera, con la sua natura imprevedibile, è la seconda stagione più piovosa dell’anno. La frequenza delle perturbazioni rientra nella normalità. In un contesto climatico in rapida evoluzione, la sfida rimane: come affrontare un futuro in cui la variabilità e l’imprevedibilità diventano la norma?

