Il 12 marzo si celebra la Giornata nazionale contro la violenza sugli operatori sanitari e socio-sanitari. Una ricorrenza che la Regione Emilia-Romagna affronta con un convegno dedicato al tema, dal titolo “La prevenzione di aggressioni, violenze e molestie agli operatori sanitari e socio-sanitari”. Un evento che si svolgerà a Bologna, ma che non può nascondere la realtà allarmante di un fenomeno in espansione.
Aggressioni, minacce, violenza verbale e fisica: un quadro drammatico che continua a caratterizzare il lavoro degli operatori sanitari. Non si tratta di episodi isolati, ma di una tendenza preoccupante che mina la sicurezza di chi si dedica alla salute pubblica e, di riflesso, compromette la qualità dell’assistenza fornita ai cittadini. I dati parlano chiaro: nel 2025, in Emilia-Romagna, sono state registrate 2.715 segnalazioni di violenza, un incremento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Di queste, quasi il 90% proviene dal settore pubblico.
Infermiere nel mirino
A patire le conseguenze di questa spirale di violenza sono principalmente gli infermieri, che rappresentano il 59,6% delle vittime. Una categoria già sotto pressione, costretta a fronteggiare non solo il carico di lavoro, ma anche l’ostilità di alcuni pazienti e familiari. I medici, pur essendo la seconda categoria più colpita, mostrano un incremento significativo di aggressioni, passando dal 13,6% al 15,8% dei casi totali. Un segnale inquietante, che non può essere ignorato.
L’analisi della situazione locale, in particolare per l’Ausl Romagna, conferma questa tendenza. Nel 2025, sono state segnalate 539 aggressioni, un aumento rispetto alle 498 del 2024. Le segnalazioni si concentrano principalmente negli ambulatori e nei pronto soccorso, dove il clima di tensione è palpabile. La tipologia di aggressione più comune resta quella verbale, con un aumento del 5,1%, mentre le aggressioni fisiche mostrano un leggero calo. La situazione appare dunque in evoluzione, ma non in modo positivo.
Misure di sicurezza insufficienti
L’Ausl Romagna ha tentato di rispondere a questa emergenza con misure di sicurezza, inclusa l’implementazione della videosorveglianza e il rafforzamento della vigilanza con maggior numero di guardie giurate. Tuttavia, queste azioni sembrano insufficienti rispetto all’entità del problema. Non basta aumentare la sorveglianza, è necessario un cambiamento culturale profondo e duraturo.
Massimo Fabi, assessore alle Politiche per la salute, ha definito la situazione “inaccettabile e incomprensibile”. Professionisti della salute che si prendono cura della comunità si trovano a dover affrontare aggressioni quotidiane. La risposta della Regione include la piattaforma SegnalEr, che consente di segnalare episodi di violenza in modo sicuro, ma questo non basta a garantire la protezione degli operatori.
Iniziative come campagne di sensibilizzazione e formazione per il personale sono passi necessari, ma non sufficienti. La collaborazione con le forze dell’ordine deve essere intensificata, e le strutture sanitarie devono diventare ambienti sicuri per chi opera al servizio della salute pubblica. Il supporto psicologico e legale per le vittime di aggressioni è fondamentale, ma la vera sfida è radicata in un contesto sociale che deve riconoscere e rispettare il valore del lavoro degli operatori sanitari.
La violenza in corsia non è solo un problema degli operatori, ma di tutta la comunità. È ora di alzare la voce e pretendere un cambiamento reale.

